“Bianco diamante” di Aurora Cantini (Bergamo)

La sveglia suonò prima delle 5 del mattino di un qualunque lunedì, in anticipo di oltre un’ora rispetto al solito orario, ma il motivo era ben presente già nel dormiveglia.

Aurelio si stirò al calduccio nel letto, avvolto dal piumone colorato color arancio, le piccole mongolfiere disegnate a rilucere nel buio. Era il piumone di quando aveva tre anni, acquistato dalla madre ben trent’anni prima, insieme a quello appoggiato sul letto gemello, dove un tempo dormiva il fratello Otello, ora a Trieste per il suo lavoro di biologo. Nonostante gli anni trascorsi aveva mantenuto la sua morbidezza e la capacità di infondere calore e sereno riposo ad una giornata faticosa e infinita. Per un secondo odiò l’idea di alzarsi, di riprendere la vita, di emergere dal tepore e inoltrarsi nel freddo della stanza, per un secondo odiò quella condanna ad una vita agli albori, quasi un esploratore che si inoltra in un mondo dove l’uomo ancora non ha messo piede.

“Perché non posso svolgere un lavoro come quelli di città, dalle nove alle sei di sera?”

Per un secondo. Ma subito penetrò il senso di colpa, perché sapeva che non avrebbe mai rinunciato a quel suo mondo di verde e silenzio sulle montagne bergamasche, in quella casa ai margini della borgata circondata dal bosco. Anche se voleva dire alzarsi prima delle 5 in un’alba di gennaio.

A piedi scalzi superò la piccola anticamera e fu davanti alle finestre del salotto che davano sulla valle. Era tutto bianco, e la neve scendeva ancora, fitta, interminabile, setosa come un velo. Il bianco abbagliava sotto i lampioni accesi, che gettavano macchie gialle deturpando appena il candore.

Anche i faggi ai margini del giardino apparivano intarsiati di merletti cristallini, i rami carichi pendevano come fasci di nastri e una nebbia opaca rendeva irreale tutto il bosco intorno.

Aurelio trattene il fiato, come sempre avvinto da tanta armoniosa e fragile bellezza, ogni volta una sorpresa da gustare ipnotizzati e in deferente omaggio, un bianco diamante incastonato sullo scuro profilo della notte. Ma subito scosse ogni pensiero incantato, per mettere a fuoco il problema, il motivo dell’alzata anticipata. La neve. Puntò lo sguardo più in basso, sulla carreggiata della ripida strada di montagna che usciva dall’abitato e spariva nella coltre bianca del bosco. Letteralmente spariva.

Lo spazzaneve non era riuscito a tener testa al ritmo forsennato della nevicata e la strada era scomparsa, solo una distesa di bianco compatto e solido, intervallato dalle gobbe rialzate delle siepi interamente nascoste, senza alcun segno di pneumatici, segno che ancora nessuno del paese si era inoltrato nella bufera. Non si vedeva nemmeno più la rete di recinzione della radura poco oltre la casa, né i guardarail posti a valle. Il ragazzo stimò a occhio circa mezzo metro di neve caduta durante la notte.

Già dal tardo pomeriggio precedente aveva avvertito nell’aria la voglia irriducibile della neve di cadere. E della sua stessa opinione erano anche gli altri del bar Roma, a Selvino, dove aveva trascorso il pomeriggio insieme ai suoi soci, seguendo le partite di calcio sul maxischermo. La mattina della domenica era filata via mostrando un cielo nuvoloso e grigio, metallico, che aveva reso il paese come dipinto d’argento.

Una classica domenica d’inverno, pochi escursionisti in giro, nei caffè o in pasticceria, segno che il tempo non presagiva nulla di buono. Anche la breve pista lungo il Monte Purito, a mezza costa, era stata pressoché vuota.

Durante la settimana si erano intervallate sporadiche nevicate, pasticciate in nevischio, a barlumi di sole, che, sciogliendo la neve, avevano creato pozzanghere e poltiglia bagnata ai margini delle strade e nei giardini.

Ma questa domenica era stata diversa. La gente di montagna sapeva e temeva “ol zenerù”, il grosso Gennaio.

A chi tentava di ribattere dicendo che fino a quel momento non c’erano stati grossi problemi con l’inverno, e forse, andando in là con la stagione, sarebbero riusciti a “portarla fuori”, i vecchi sogghignavano scaltri: «Finora c’è stato solo qualche giochetto. Deve arrivare Lei, arriverà. E quando arriverà siamo sotto.»

Lei, la Dama bianca, Lei, la grande nevicata, quella che poi avrebbe serrato nelle sue gelide mani ogni pulsare di vita, ogni respiro di calore, ogni anelito di luce, fino a primavera inoltrata. Quella che non li avrebbe più lasciati andare, seppur calpestata e schiacciata, e bagnata, e ammucchiata, rimanendo incollata sotto le suole, sugli zerbini, sui pneumatici, sopra il ghiaccio, si intrufolava fin dentro casa in impronte bianche e sdrucciolevoli come quelle di un fantasma irrequieto.

E a quei pochi villeggianti ignari che chiedevano come potevano esserne così sicuri, i vecchi rispondevano: «Quest’anno la Pasqua cade a marzo. Troppo presto. Non avremo primavera fino a metà maggio.»

Infatti quel pomeriggio, nell’intervallo del primo tempo, mentre si gustava con gli altri una birra fresca e chiacchierava di tiri fuori porta, assist, e parate, era entrato Claudio, un altro amico del paese, annunciando: «Al fiòca!» cioè “Nevica!”

Era la parola d’ordine. Nessuno a dire “Ma dai!”, o “Eh, che vuoi che sia un po’ di neve?”, nessuno a sminuire o sghignazzare, nel bar calò un silenzio pesante.

Le famigliole ai tavoli, i gruppetti di ragazzini, gli anziani che giocavano a carte, le coppiette mano nella mano, tutti alzarono gli occhi. Si sentì un repentino spostare di sedie e uno scalpiccio di passi fino alle ampie finestre, per vedere fuori.

«Ragazzi, sta attaccando già! “Là tèca!”» esclamò Benzo.

Brutto segno. I fiocchi cadevano lenti, non fitti ma decisi e dritti, tondi e ben formati, solidi. Gli sguardi seguirono le lente evoluzioni. I fiocchi si appoggiavano sui cofani e i tettucci delle auto parcheggiate, e non si scioglievano. Era la conferma che la neve non era bagnata, non aveva “bolle” all’interno, nessuno spazio vuoto d’aria.

Si sentiva quasi il ronzio dei pensieri di ognuno che, alacremente, forsennatamente, cominciava a pianificare, decidere, organizzare, prevedere, per non farsi trovare immobilizzato il mattino seguente. Non solo chi doveva scendere nel fondovalle o recarsi nelle città della pianura lombarda per lavoro, ma anche le mamme, con i bambini da accompagnare a scuola dalle case sparse sulle alture e le ripide stradine di accesso, gli studenti alle prese con il pullman che portava giù agli Istituti di Bergamo, i nonni che dovevano andare a prendere il pane, il postino, gli ambulanti.

Alla tv erano riprese le dirette delle partite di calcio, eppure Aurelio non aveva più avuto l’animo in pace. Come molti altri frequentatori del bar, non abitava in paese, ma in una delle tante frazioni che componevano l’Altopiano Selvino Aviatico. Per ritornare a casa, ad Amora, doveva percorrere circa tre chilometri, di mezzo c’era la famigerata salita dei “Cornèi”, i Cornelli, dal nome degli spuntoni a forma di corna in cui era stata scavata. Da una parte era scocciato, non voleva dargliela vinta alla neve, e poi accidenti! Non aveva intenzione di rinunciare a quelle poche ore di relax della domenica. Tutta la settimana partiva con il buio più fondo per scendere a lavorare in cantiere come muratore, e ritornava al monte con lo stesso buio, già sera, già notte.

Solo il fine settimana offriva possibilità, ma per chi viveva in montagna era comunque un’impresa organizzare anche solo un’uscita con gli amici: la strada gelata, il ghiaccio, oppure la neve, o magari la nebbia, rendevano la strada a tornanti che scendeva al fondovalle della Valle Seriana un’incognita da prendere con le dovute cautele.

In molte occasioni si organizzava una cena con il gruppo di soci, poi saltava tutto perché arrivare al ristorante, posto oltre la cresta, o in Valle Brembana, era praticamente impossibile. Per non parlare di una serata in una delle discoteche verso Milano o Brescia, con il pulmino che non riusciva a salire a prelevarli.

Con un occhio alla tv e uno alle vetrate aveva cercato di ridere e scherzare ma dentro di sé era già in movimento.

Nell’avanzare della nevicata gli amici avevano cominciato a sollecitarlo: «Ti conviene andare, Aurelio, prima che si imbianchi tutto. Poi non riuscirai più a salire.»

Dopo circa mezz’ora si era deciso a interrompere le conversazioni e ad uscire. L’auto, una Pegueot blu elettrico, era imbiancata. Con attenzione, senza brusche manovre, salendo piano piano, era riuscito a giungere a casa. La strada sdrucciolava sotto la neve farinosa, ed era stata un’impresa.

Aveva messo l’auto in garage e poi si era dato da fare.

Aveva accatastato un bel po’ di legna accanto al camino ancora acceso, poi aveva cominciato a spazzare i vialetti e a spargere il sale, almeno per poter raggiungere la lavanderia al piano interrato, senza rompersi una gamba scendendo lungo i gradoni in porfido. Aveva cenato con gli avanzi del mezzogiorno: la polenta l’aveva preparata un pochino abbondante, così da riempire la “schiscèta”, la gavetta che conteneva il pranzo da scaldare in cantiere, aggiungendo l’arrosto comprato al discount il venerdì mentre risaliva e che aveva tenuto da parte.

Qualche telefonata ai soci, la consueta chiamata dal fratello Otello: “Stai attento al ghiaccio, controlla la caldaia, tieni controllati i rami pesanti che non cadano addosso a qualcosa”, i resoconti delle partite in tv con i commenti e i risultati, e infine si era sdraiato sul letto a leggersi un “Topolino” mentre ascoltava con l’Mp3 una compilation di Madonna.

Intorno ovattato silenzio, la casa tranquilla lo chiudeva in un solido abbraccio, i bagliori della fiamma oltre l’arco del corridoio riverberavano sulle pareti della camera tinta di giallo. Era in attesa, come quando si va in gita e si è agitati. Si era alzato ed era uscito sul terrazzo. Nevicava fitto. Le luci sottostanti del piccolo paesino di Ama sfavillavano ad intermittenza tra i fiocchi. Lontano, deposto come in una nicchia, Selvino pareva un presepe su cui una mano misteriosa aveva steso un lenzuolo, o un sudario.

Con la scopa di saggina aveva spazzato le mattonelle del balcone per non trasformarle in una patina di ghiaccio, poi si era appoggiato alla porta finestra, lasciando vagare lo sguardo al piccolo orto in attesa di un nuovo rifiorire, accanto al sentiero di mattonelle bianche che portava alla struttura delle altalene e al cancellino poco sotto. Il freddo gli artigliava con gelide carezze le dita screpolate e ricoperte di calli e duroni, ma Aurelio non se ne curava. Ripensava a suo padre, come si mobilitava ad ogni accenno di neve, su e giù lungo i vialetti, a spalare, a spalare, per liberare le stradine e gli accessi alla casa.

Li distoglieva dalle loro gare alla Play Station, lui e Otello, mentre ripeteva: «Dovete imparare, quando io non ci sarò più cosa farete, voi due, qui? Vi farete seppellire dalla neve? Aspetterete che arrivino i soccorsi? Non arriverà nessuno e voi dovete essere pronti, organizzati. La neve non è cattiva, non fa danno. Siamo noi a renderla tale.»

E loro, adolescenti, sbuffavano e brontolavano, come tutti gli adolescenti strappati ai loro giochi, si calcavano i berretti fin quasi sugli occhi, quindi scarponi e guanti, prelevavano dal ripostiglio esterno le giacche a vento che mettevano per i lavori di casa, imbracciavano la loro pala da neve (ognuno aveva la sua, su misura) e via, dietro di lui, oppure a lato, avanzando metro dopo metro come soldati nelle trincee fino a raggiungere la radura, la legnaia, e anche oltre, la casetta dei giochi. Alla fine di quell’immane faticaccia, due ore e più di manovre a braccia, era tutto un diramarsi di solchi neri tra pareti bianche, come un labirinto scavato dalle talpe. Per poi ricominciare di nuovo.

Aurelio aveva avuto un moto di tenerezza commossa, come sempre, ripensando al padre, a quel forte uomo di montagna, sicuro, operoso e affidabile come la roccia che ci lega a questa terra. Un ultimo sguardo ad abbracciare il mondo silente, poi era rientrato e si era coricato, dopo aver puntato la sveglia su prima delle 5.

Ora si riscosse con fare lesto e si allontanò dalla finestra. Fece colazione in fretta, preparò la sacca con il pranzo, pulì e poi attizzò il camino caricandolo bene, così da lasciare un tepore accettabile per quando sarebbe rientrato a sera, e fu fuori.

Con la pala del padre, ora della giusta misura per lui, liberò i vialetti, sparse ancora il sale e si diresse al garage, dove installò le catene da neve sui pneumatici. Con calma imboccò la strada principale sepolta dalla neve e prese direzione verso il fondovalle. Ai lati i boschi perenni di pini e abeti sembravano aprirsi al suo passaggio, lo scricchiolio sotto le ruote lo cullava ritmicamente, i rami bianchi creavano figure come intrappolate dalla notte.

Qua e là le case solitarie occhieggiavano sonnolente, ma le finestre erano quasi tutte accese, come ad indicargli la via. Figurine infagottate si muovevano accanto ai vialetti, per il resto solo candore e velo bianco come di sposa.

Un braccio guantato si alzò, e più in là un altro, l’avevano riconosciuto dall’auto e gli davano un saluto, una buona giornata. Lui picchettò brevemente sul clacson e sorrise tra sé.

Non era solo, lassù sulla montagna, non era sconfitto, lui, giovane che aveva deciso di continuare a vivere sui monti, la montagna era con lui, sentiva l’eco di voci lontane, le voci di coloro che avevano gettato il seme del ricordo e del legame con essa, silenziosa e vigile fino alla fine del tempo. Mentre quasi a passo d’uomo scendeva la ripida strada a 13 tornanti vide nello specchietto retrovisore i fari di un’auto, un’altra, un’altra ancora, come una processione, una via ferrata, una cordata.

Davanti, più sotto, oltre i curvoni, altre fiammelle rosseggiavano. Erano i suoi soci, i cugini, gli altri compaesani, che, come lui, cercavano il sogno di una vita oltre l’orizzonte, ma non dimenticavano le proprie radici.

Aurelio sentiva le voci degli antichi abitanti della sua terra bergamasca riempire il suo cuore e capì di non essere più solo, né inquieto. Suo padre era tutto intorno a lui, viveva in ogni respiro di quella valle aspra ma nello stesso tempo indifesa e Aurelio non lo avrebbe deluso. Lasciava un mondo che lo avrebbe sempre aspettato, che lo avrebbe sempre accolto, dove lui sarebbe sempre ritornato e dopo di lui i suoi figli.

L’orizzonte si apriva davanti ai ragazzi come lui. Il futuro era nelle loro mani, il futuro della montagna.

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1 Commento

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Una risposta a ““Bianco diamante” di Aurora Cantini (Bergamo)

  1. Grazie a tutti coloro che hanno condiviso l’amore verso la montagna, il legame con le tradizioni. Un grazie a coloro che ancora, tenacemente, decidono di abitare in montagna, una vita di sacrifici, alzate all’alba, freddo, neve e ghiaccio per gran parte dei mesi, ma è il rimanere umani, nel forte senso di solidarietà che accomuna tutti i montanari, che vale come prezzo senza pari. Non solitudine, solo amore.

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